

47. L'arma della non violenza.

Da: M. K. Gandhi, in Young India, 11 agosto 1920.

Protagonista della lotta per l'indipendenza dell'India dalla
dominazione britannica fu Mohandas Karamchand Gandhi. Predicando e
praticando il metodo della non violenza, fondato non solo su
concezioni politiche, ma anche religiose e derivanti da elementi
comuni all'induismo, al buddismo e al pacifismo cristiano, egli
riusc a mobilitare l'intero popolo indiano. Nel passo che qui
riportiamo, tratto da un articolo scritto da lui stesso sul suo
giornale Young India, Gandhi chiarisce il senso profondo del suo
pensiero, precisando che non violenza non significa ammissione di
impotenza ed indicando la non cooperazione quale concreta forma di
lotta.


Credo che se ci fosse una sola scelta fra la codardia e la
violenza, io consiglierei la violenza [...] preferirei che l'India
facesse ricorso alle armi per difendere il proprio onore anzich
diventare o rimanere per codardia una passiva vittima del proprio
disonore. Ma credo che la non-violenza sia infinitamente superiore
alla violenza, ed il perdono sia molto pi virile della punizione.
Il perdono onora il soldato. Ma  vero perdono solo quando esiste
il potere di punire: non ha alcun significato quando pretende di
venire da una povera creatura impotente. Difficilmente un topo pu
perdonare un gatto nel momento di venir fatto a pezzi. Non credo
per che l'India sia impotente, n credo io stesso di essere una
creatura impotente. Voglio soltanto usare la forza dell'India e la
mia per uno scopo migliore. Ma non vorrei essere frainteso: la
forza non deriva da una capacit fisica bens da un'indomita
volont. In fatto di capacit fisica uno zul normale pu sempre
tener testa ad un inglese normale, ma fugge di fronte al servo
dell'inglese perch teme la sua pistola o la pistola di quelli che
sosterranno l'inglese. Teme la morte e non ha spina dorsale, anche
se  grande e grosso. In India possiamo capire all'istante che
centomila inglesi non hanno da temere trecento milioni di persone.
Un chiaro perdono significherebbe perci un riconoscimento della
nostra forza. [...] Poco m'importa che per ora il mio
atteggiamento sia irrealizzabile. Siamo troppo conculcati per non
sentire l'esigenza dell'ira e della vendetta. Ma ho il dovere di
dire che l'India pu guadagnare di pi rinunciando al diritto di
punire. Abbiamo un lavoro migliore da compiere, una missione da
trasmettere al mondo.
Non sono un utopista: sostengo di essere un idealista pratico. La
religione della non-violenza non  solo per i [fachiri] e per i
santi. E' anche per la gente comune. La non-violenza  la legge
della nostra specie come la violenza  la legge dei bruti. I bruti
non conoscono altra legge all'infuori di quella della forza fisica
perch in essi lo spirito  assopito. La dignit dell'uomo
richiede ubbidienza ad una legge superiore: alla forza dello
spirito.
Ho pertanto osato porre dinnanzi all'India l'antica legge
dell'autosacrificio [del sacrificio di s]. Per il Satygraha e i
suoi seguaci [i seguaci della non-violenza], la non-collaborazione
e la resistenza civile non sono altro che nuovi nomi per la legge
della sofferenza... La non-violenza nella sua condizione dinamica
vuol dire sofferenza cosciente. Non vuol dire umile sottomissione
alla volont del malfattore, ma significa ribellione di tutta la
propria anima contro la volont del tiranno. Lavorando in base a
questa nostra legge, un solo individuo pu sfidare tutta la
potenza di un impero ingiusto per salvare il proprio onore, la
propria religione, la propria anima e porre le basi per la caduta
e la rigenerazione di quell'impero.
E cos non chiedo all'India di astenersi dalla violenza perch 
debole: voglio che si astenga dalla violenza essendo conscia della
sua forza e della sua potenza. Non occorre alcuna pratica militare
per dimostrare la sua forza [...]. Voglio che l'India riconosca di
avere un'anima che non pu perire, e che pu elevarsi trionfante
al di sopra di qualsiasi debolezza fisica e sfidare la coalizione
materiale del mondo intero [...]. Essendo un uomo pratico, non
star tuttavia ad aspettare che l'India riconosca [da s] la
praticit della vita dello spirito nel mondo politico [l'efficacia
dell'arma spirituale nella lotta politica]. L'India si sente
impotente e paralizzata di fronte alle mitragliatrici, ai carri
armati ed agli aeroplani inglesi: a causa di questa sua debolezza
fa ricorso alla non-cooperazione. Questa, se adottata da un numero
adeguato di persone, mira al medesimo scopo, cio a darle la
libert dalla gravosa oppressione britannica. [...] Ma io invito
anche i seguaci della violenza a sperimentare la via della non-
cooperazione pacifica, che potrebbe fallire per mancanza di
adesioni.
Allora sar proprio il momento del vero pericolo. I grandi spiriti
del paese, che non possono sopportare pi a lungo l'umiliazione
nazionale, vorranno dare sfogo alla loro ira, e ricorreranno alla
violenza. A mio parere, periranno senza aver liberato se stessi o
il loro paese dal male. Se l'India adotta la dottrina della spada,
potrebbe conseguire una momentanea vittoria. Ma allora cesser di
essere l'orgoglio del mio cuore. Sono legato all'India, perch a
lei debbo tutto. Ritengo certo che questo paese abbia una missione
da svolgere nel mondo, ma esso non deve copiare ciecamente
l'Europa. L'accettazione della dottrina della spada da parte
dell'India sar l'ora della mia prova. Spero di essere degno di
superarla. La mia fede non ha limiti territoriali: se avr una
fede viva essa andr al di l del mio stesso amore per l'India. La
mia vita  dedicata a servire l'India attraverso la religione
della non-violenza che - per me - costituisce la base
dell'induismo.
